Brevi riflessioni nella disperata ricerca di una stella per poter continuare ad amministrare
L’arte, la bellezza, il dispiegarsi dell’atto creativo e generativo sono un’isola assai seducente ed affascinante per colui che è chiamato ad essere amministratore di un regno e, per il governo di esso, abbia intrapreso, inevitabile guerriero, il viaggio della conoscenza e della scoperta al di fuori del proprio ordinario confine.
L’Ulisse omerico può essere preso a paradigma per tutti coloro che, seguendo virtute e canoscenza, siano infine approdati ad un ruolo di totale responsabilità verso il proprio oikos di predestinazione e governo della polis, in cui quelle “economie domestiche” trovano il loro fine e compimento politico. È tra costoro che possiamo immaginare, anche in tempi di forte crisi, il ruolo periglioso e resistente di molti (non tutti) piccoli, grandi amministratori locali.
Ma non c’è Ulisse senza l’abbraccio di Calypso.
Kalyptein, colei che nasconde, dea maledetta ed infine abbandonata per volere degli dei superi, che per sette anni celò Ulisse in un rifugio sicuro, tra quiete letizie e dolci amplessi, promettendogli l’immortalità in cambio dell’eterna permanenza, ma senza mai sino in fondo possederne il cuore, ha conosciuto fiumi di interpretazioni nella storia del mito, ma una in particolare è suggestiva per chi ha avuto dal fato il richiamo a governare, per piccolo che sia il mondo alla sua amministrazione affidato.
Calypso è il volto avvolgente ed ispiratore della bellezza che si dispiega nella creazione artistica; quella bellezza che si offre nuda e sensualissima all’abbraccio dell’animo, sospende il rigore della logica ed allenta la morsa del dovere di scegliere. Calypso è il luogo delle origini, quello che Montale rinveniva di fronte all’isola del Tino, a Portovenere, dove fuoriesce il Tritone e dove “il ragionar ti è stolto, ripartirai più tardi per assumere un volto”.
Calypso, ninfa immortale, figlia di Titano, punita dagli dei a causa della sconfitta del Padre con la condanna eterna ad amare e innamorare uomini eroici e bellissimi che sempre infine l’abbandoneranno, incarna il lato più potente, umano, drammatico e probabilmente moderno della creazione artistica: quello di una bellezza che rivela il senso profondo delle cose e delle persone ma che, di fronte al mondo ed al suo destino, appare resistente ma sempre costretta a cedere, ritirarsi, smettere di insistere perché altro prevale.
Ulisse desiderava Itaca, è vero, e ancor più desiderava Penelope, Telemaco, Argo e persino Eumeo, schiavo fedele; regno, famiglia, discendenza, terra, responsabilità.
Le lacrime che Omero gli dipinge in volto sono però forse ed ancor prima le lacrime di colui che vive il dilemma: restare in eterno a godere la pace della immersione nella bellezza o continuare a inseguire i rischi della conoscenza attraverso la virtù, la responsabilità, la fedeltà sponsale, il governo.
È un dilemma per Ulisse, perché l’uomo saggio sa che non può fare a meno né dell’uno né dell’altro corno, e sa che titanico è il compito di trovare e custodire il gusto profondo della bellezza entro le viscere perfide dell’esercizio del potere, e sa (da Calypso e dalla sua vicenda) che i titani da Zeus furono un tempo sconfitti, anche se continuano a vivere, immortali dei di mezzo, non potendo ignorare il sapore dolceamaro della loro condanna.
Egli deve ripartire, lo sa; deve assumere quel volto coniugale, paterno e regale che il destino gli ha consegnato, ma sa che di quel volto, del suo animo e della sua stessa carne, del suo desiderio e della sua passione, dovrà in qualche modo continuare a essere parte il gusto profondo della bellezza nella quale Calypso per sette anni lo ha avvolto, coccolato, estasiato, a volte obnubilato ma in ogni caso rivelato a se stesso.
Non può essere che Regno e Bellezza non possano coesistere in colui che saggiamente e responsabilmente vuole condurre in porto il suo destino; Ulisse lo sa, ed a questo è pronto a consegnare il resto dei suoi giorni e della sua ricerca, anche oltre le fatidiche colonne, anche rischiando per questo, e per ciò che a Ogigia con Calypso ha pregustato, di varcare le soglie degli inferi.
Può apparire azzardato e fuori luogo ricorrere al mito di Odisseo e del suo paradigmatico viaggiare per descrivere le sensazioni di chi oggi si trova ad amministrare, con penuria di risorse a abbondanza di insensata frammentazione, la cosa pubblica, per spirito di puro servizio, con la convinzione che la bellezza e la creazione artistica siano e continuino ad essere il principale motore di sviluppo attraverso il quale edificare bene comune.
Oggi i tagli alla cultura nei bilanci pubblici avvengono per molto meno che una dannazione degli dei superi ad una ninfa ribelle e bellissima.
Semplicemente la cultura non è più parte della macchina che suscita appetiti voraci di consumo, produce per saturarli velocemente e subito ne riproduce di nuovi.
L’arte e la bellezza che si donano come lungo e dolcissimo amplesso per l’animo, che sospendono il tempo cronologico e aprono quello della rivelazione di noi a noi stessi, i sette anni di abbraccio di Calypso ad Ulisse, oggi sono banalmente reputati inutili, persino al godimento, che deve essere istantaneo e di intensità sempre crescente.
Per questo, nel nostro tempo impazzito, si liquida l’investimento pubblico in cultura come qualcosa che non si mangia, e pertanto è superfluo e può essere silenziosamente e senza strepiti omesso e convertito ad alimentare la macchina a vapore del consumo tecno-nichilistico.
Oggi chi parte nel suo viaggio per amministrare la cosa pubblica, non può che avvertire il lutto per Calypso correndo nello stesso tempo il rischio di esser lui a non riconoscere più Itaca; di non riuscire a sconfiggere i Proci perché si sono fatti scaltri, immateriali, fluidi e nascosti, ma sempre più potenti e pervasivi; di perdere infine anche Penelope, rapita oltre una cortina di apparenti impossibilità che la sola virtù può non riuscire più a penetrare.
Ulisse oggi ha bisogno più che mai di portare con sé Calypso e il ricordo della sua isola, come memoria viva e forza generativa, nutrimento per sperare ed agire, resistere e confortare, incidere e rivoluzionare, vincere infine e infine ripartire ancora.
Abita qui la ragione profonda per cui arte, bellezza, amore e amministrazione non possono che mantenere un legame intimo tra loro, se la custodia del Regno vogliamo continui a essere possibile.
Serve il coraggio della ragione, non quello della pazzia, per comprendere che, senza produzione artistica di bellezza al cuore dell’investimento pubblico, esso non potrà mai sprigionare che aridi funzionalismi senza possibilità di autentico significato e pertanto senza futuro.
“Fatti non fummo a viver come bruti” oggi, come allora, coglie il senso per eccellenza dell’impegno politico, che è al tempo stesso educativo, economico, sociale, materiale e spirituale.
L’amministratore che non si nutre di bellezza non saprà donarne a ciò che alla sua amministrazione è consegnato, e il regno senza bellezza ha il nome di tenebra.
Non è un caso se Calypso, dopo l’ultimo amore e il lungo silenzio precedenti la partenza, consegna a Ulisse come proprio addio l’indicazione della rotta indicandogli per nome le stelle da seguire.
Ogni atto di amore di bellezza che le nostre amministrazioni riescano a proporre alla propria terra, ogni lettura, poesia, recita, canzone che vengano liberate sul territorio con la salvifica intenzione di riportarci infine a casa, nel noi stessi che possiamo davvero essere, è una stella di Calypso, che nasconde e rivela, abbraccia e protegge, feconda e infonde coraggio, commuove e sospinge dolcemente, tutti, in avanti.
Guai a voler spegnere le stelle, guai a coloro che ci proveranno ancora.
Il Regno senza stelle è tenebra, solo tenebra.
Paolo Pezzana
Sindaco, Amante, Cercatore di Bellezza….
Sori, 28 giugno 2015
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