Amiche e amici, illustri archeologi della cultura qui convenuti, buonasera!
È un onore per me, umile borgomastro locale, presiedere questo vostro illustre consesso di studiosi, qui riuniti dopo un lungo pomeriggio di lavoro sulle tracce del patrimonio culturale di questa mia e vostra comunità, per testimoniare in vita, musica e parole, il frutto del vostro lavoro.
È importante il vostro lavoro di archeologi, lo riconosco e ne sono ben consapevole.
LOGOS ARKAICHOS è detto in greco il vostro mestiere: un discorso sull’antico; senza di questo chi di noi potrebbe dire di avere radici, storia, senso, direzione?
Voi parlate dell’antico, ricercandolo, illustri convenuti, ma cosa è che trovate? Questo, da profano del vostro nobile mestiere, mi sono sempre chiesto interrogandomi su di voi.
Potete immaginare quale lieta sorpresa mi ha fatto l’esimio prof. Jean De Brugges, che di questo simposio ha avuto l’idea, quando, invitandomi, mi ha comunicato che proprio questa sera, al termine di questa vostra intensa giornata di studi, avrei avuto una risposta inequivocabile al mio quesito.
Sono un borgomastro curioso e a volte impaziente, e non ho saputo trattenere il desiderio di avere qualche anticipazione.
Ebbene, l’ho avuta da alcuni di voi, anche se in modo un po’ sibillino e misterioso.
Mi è stata consegnata dal prof. De Brugges, senza altre spiegazioni, quale risultato finale delle vostre odierne ricerche, una frase greca “lathes bioulen sinédrios o éranos”, che avete probabilmente già sentito risuonare in questa nostra sala mentre mi avvicinavo al podio.
Suona come una formula magica alchemica vero? Potete immaginare quanto la mia curiosità ne sia uscita rafforzata!
Ho provato a tradurla naturalmente; innegabilmente in greco suona meglio e certamente nessuno di voi, illustri scienziati, necessita di questa mia spiegazione, ma alla mia penna essa è risuonata nel nostro idioma come “vivono, nascoste, le assemblee per il banchetto”.
Messa così, ve lo confesso, la cosa continuava a non suggerirmi nulla, se non un cordiale scherzo del prof. De Brugges a vostro nome, teso magari a rampognarmi per avervi qui convenuti senza neppure mettervi a disposizione prelibatezze e libagioni locali, quali quelle focacce al formaggio, pansoti, asado e vini che fanno di Sussisa luogo così noto nei nostri paraggi.
Non potevo sottovalutare così l’intelligenza vostra e del prof. De Brugges però, e, lungo questo pomeriggio ho provato ad approfondire su qualche libro di storia e rispolverando il vecchio Omero che mi accompagna dai tempi del liceo.
Dopo qualche peripezia ho scoperto che in Omero la parola ἔρανος significava un banchetto, nel quale ogni commensale portava il suo contributo o in denaro o in natura.
Da questo primo significato, attraverso l'idea di contribuzione, si è poi passati, nell’antica Grecia, a quello di prestito, quando il denaro, raccolto mediante una colletta fra amici, serviva allo scopo di un'assistenza privata.
Vedo che avete già tutti capito… e dovevo aspettarmelo da vossignori; ma voglio continuare, giusto per sottoporre al vostro autorevole vaglio le mie modeste considerazioni e saggiarne la eventuale bontà.
L'ἔρανος era dunque un prestito gratuito, fatto da più persone, costituenti una particolare associazione, chiamata anch'essa ἔρανος, in favore d'un amico comune. Essendo il prestito volontario, non tutti sottoscrivono in egual misura, ma ciascuno proporzionatamente alle sue facoltà. Il denaro, come testimoniano Cornelio Nepote e Teofrasto, veniva consegnato dai contribuenti al prestito (πληροταί) nelle mani stesse del beneficato, perché questi potessero sapere quanto dovevano restituire a ciascuno Chi riceve l'ἔρανος è obbligato a restituirlo senza interesse (Theophr., Caract., 17), tanto ai singoli πληροταί, quanto all'imprenditore della colletta (Hyper., V, 11). Il rimborso avveniva generalmente a rate, affinché il soccorso prestato potesse essere modulato effettivamente sulle possibilità ed il bisogno dell’amico e della sua famiglia, senza per questo penalizzare ingiustamente i contributori.
Anche in età Romana ho trovato esempi di ἔρανος; addirittura Plinio in una sua lettera a Traiano parla di un ἔρανος come di un'associazione eccezionalmente autorizzata, della quale lo scopo principale è l'assistenza ai poveri ed ai bisognosi all’interno di una data comunità civile.
“lathes bioulen sinédrios o éranos”: “Vivono nascoste associazioni per l’aiuto reciproco”, ecco come avrei dovuto tradurre la frase!
Ho provato allora a inseguire, nella storia, il filo che il concetto di “associazioni per l’aiuto reciproco” mi dipanava innanzi, e, sorprendentemente, non c’è epoca o parte del Vecchio e Nuovo Continente in cui non ne abbia rinvenuto tracce. Le gilde e le corporazioni dell’alto medioevo, le confraternite del periodo barocco, sino alla stagione del mutualismo ottocentesco e novecentesco: SOCIETÀ OPERAIA DI MUTUO, SOCCORSO, SOCIETÈ SECOURS MUTUELS, MUTUAL SOCIETY, GENOSSENSCHAFTSWESSEN, SOCIEDADES MUDUALISDAS, SOCIEDADES DE GARANTIA MUTUA… Non c’è luogo o tempo in cui non siano apparse tracce inequivocabili di una tale forma di organizzazione per l’aiuto reciproco tra persone!
Non sto certo proponendovi delle novità; non a voi, che di ciò siete instancabili e saggi ricercatori.
Ma per me, borgomastro esposto ai venti tempestosi della crisi, che di associazioni di questo tipo effettivamente ne conosce ancora numerose sul proprio territorio, tutto ciò è apparso quest’oggi quasi inedito, come se lo vedessi per la prima volta.
E se i banchetti per l’aiuto reciproco si facessero ancora, oggi, qui, nel mio territorio? E se questa carsica capacità delle persone di fornirsi aiuto l’un con l’altro nei momenti di maggiore difficoltà fosse ancora qui?
Con queste suggestioni nella mente mi sono quindi avviato questo pomeriggio verso i vostri luoghi di scavo, là dove eravate all’opera, con i vostri adepti, per compiere il vostro nobile mestiere. Ho potuto osservarvi lavorare. Ho potuto ascoltare alcuni di voi, veri e propri libri viventi, dare accesso attraverso le vostre parole e storie a secoli di memoria e tradizioni.
Quanto attuale mi è parso tutto questo! Quanto vivo e vivace e pieno di possibilità e futuro!
Vuoi vedere che l’archeologia, discorso sul passato, praticata come voi la praticate è in realtà una feconda e fertilissima scienza del presente?
Pieno di quel vibrante entusiasmo che sempre mi causa la scoperta di una qualche, per me inedita, possibilità di lavorare per il bene comune, sono tornato dal prof. De Brugges riferendogli delle “mie” scoperte.
Da grande ed umile intellettuale qual è, mi ha sorriso benevolo, mal celando la soddisfazione del saggio pedagogo che, stimolata la sua curiosità in modo appropriato, vede il suo giovane allievo pervenire da sé, senza avergli somministrato in anticipo la soluzione, a risolvere la questione che costituiva il tema della sua lezione.
“Bene mio caro Borgomastro” mi ha detto il professore, “è per questo che l’ho voluta qui con noi questa sera”. E poi, quasi smorzando il mio entusiasmo, ha continuato “ricordi però che certe scoperte non si possono fare, e men che meno raccontare, solo usando la testa e le parole. Anche per un archeologo come me le parole devono farsi storia per avere un senso. Storia vera, incarnata, non solo poltiglia intellettuale per specialisti. Non basta la riflessione intellettuale, fosse pure arcaica e affascinante come avveniva con il greco antico. Servono emozioni, suoni, percezioni, intuizioni, azioni che completino le nostre parole. È solo così che chi studia la storia attraverso le testimonianze della storia può aiutare la storia a continuare a farsi anche nel presente. È proprio per questo che questa sera ho voluto qui invitare insieme a me, a tenere la lectio magistralis che tutti sembrano aspettare, un gruppo piuttosto agitato ed irrequieto di colleghi che tuttavia, grazie alla sapienza degli illustri colleghi Malcottish e Forin, mi pare rivelino in modo assai acuto, con la loro variopinta relazione, le scoperte cui anche la sua ricerca odierna l’ha portata. Se vorrà farci l’onore di introdurre questi colleghi, gliene sarei davvero grato”.
Eccomi qua allora, il mio compito è adempiuto!
Grazie professor De Brugges, grazie professori Forin e Malcottish, grazie a voi illustri intervenuti. Spero abbiate potuto perdonare questa mia profana ed umile prolusione. Sarà mio onore ed onere, come Borgomastro, fare si che il patrimonio vivo che oggi avete contribuito a rinvenire e porre alla nostra attenzione possa vivere in modo pieno e libero nella nostra comunità. Mi consegnate rinnovate parole come reciprocità, mutualità, aiuto, sostegno, soccorso. Mi avete insegnato che esse pulsano, sono vive, ben vegete e ci chiamano vieppiù quest’oggi a dare loro spazio e crescita. È stata una lezione assai generativa. Grazie davvero a tutti voi, amiche e amici che discorrete in modo vivo di cultura. Avete parlato e continuate a parlare al mio cuore.
Ma adesso bando alle mie ciance: tocca a lei, professor De Brugges!
di Paolo Pezzana - Sussisa, 20 settembre 2014
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