Io credo, quante volte credo, mille volte credo, è quotidianità
io credo, e anche se non credo, è comunque un credo, non è novità
io credo e anche se non vedo credo che qualcosa mi convincerà
e credo, credo credo credo, credo tutti i giorni, in tutte le città.
Io credo che il prosciutto crudo, con pane e fontina, mi soddisferà
io credo che quel nuvolone, anche se minaccioso, non m’inzupperà
io credo che un bel minestrone, alla digestione, mi accompagnerà
e credo che questo maglione, in questa stagione, mi riscalderà.
Io credo che anche chi si siede, dopo un po’ di tempo, si rialzerà
io credo, anche se ora cedo, che se avrò ragione, poi si scoprirà
io credo che non serva un grido per sottolineare una verità
e credo che se di buon grado, provo a navigare, poi si giungerà.
Ma credo, quante volte credo, tutti questi credo son continuità
io credo che, anche se non credo, so partecipare all’umanità
io credo, credo a ciò che vedo ma se non lo vedo è curiosità
e credo, sento vedo e credo, questo sesto senso mi distinguerà.
Io credo e quando dico credo vi presento un quadro che mi piacerà
io credo, credo poco piano, credo molto forte credo qua e là
io credo come un filo teso parta dal passato e ci trasformerà
e credo che ogni credo è un credo, è l’alternativa che ci sceglierà.
Io credo che soldi e potere siano lo specchiettto dell’inciviltà
io credo che la tecnologia vada utilizzata con gradualità
io credo ci sia solo un mondo e che, a questo mondo la mia cura va
e credo di dare alla gente che non crede in niente, possibilità.
Io credo, mamma quanti credo, tutti questi credo, chi li reggerà
io credo, se ne cerco altri, troverò altri credo, un’infinità
ma credo tutto questo credo sia un lasciapassare per la libertà
e credo che questa canzone debba terminare con: felicità!
Voi non ci crederete
Una farfalla mi ha seguito
Sul sentiero per un po’
Probabilmente era confusa
E io le son sembrato
Proprio come un fiorellino
Curiosa situazione
Non avevo mai creduto
Di assomigliare a un fiore
Però adesso che ci penso
Forse forse qualche cosa
In comune noi l’abbiamo.
Tu hai lo stelo
Io ho le gambe
Tu hai le foglie
Io ho le braccia
Tu hai la corolla
Io ho le orecchie
Io ho la testa
Tu la capocchia.
Beh anche se appare strano
Una farfalla mi ha seguito
Sul sentiero per un po’
Le parole sfarfavillano nell’aria.
Entomologi da barzelletta
provano a catturarne alcune
e disporle ordinate sopra un foglio
creando un idillio fugace
tra le sideree stelle
e il più profondo “noi”.
Dura solo un attimo
Un tuffo nelle giuggiole
poi le parole fremono
e se ne vanno via
I piedi nelle scarpe
Le scarpe sulla terra
Esili ma indispensabili
Costruttori di senso
Cap. 1
Corti pantaloni cachi non arrivavano a coprire le ginocchia che, come giunti di tubi Innocenti articolavano le tibie con i femori.
Tonde, ispide di spellature sempre nuove, rosse e ricoperte di segni e graffi, si muovono agili nello spazio trasandato di un cortile dove ciuffi d’erba crescono indisturbati sollevando mattonelle sfibrate dal sole e dal calpestio.
Un bianco tavolo rotondo e arrugginito occupa il centro di quella che Gianni ha definito il suo Quartiere Generale.
Gianni è magro, biondo come se i suoi capelli fossero stati colorati direttamente dalla presenza quotidiana del sole nel cielo.
Gianni gira in quel cortile saltando da una mattonella all’altra cercando di non cadere; è il suo passatempo, gira intorno al tavolo in equilibrio sulle punte dei piedi passando di mattonella in mattonella.
A volte per rendere il gioco più difficile si impone di utilizzare soltanto quelle scure, a volte solo le chiare, a volte solo quelle spezzate.
Non sa quando arriverà Luigi, non lo sa e non vuole certo stare fermo ad aspettare così parte con il suo gioco.
Una sorta di Spiritual motorio ad ingannare lunghe attese in onore di Luigi.
Luigi che arriva, Luigi che non arriva, Luigi che non si sa.
Non ci sono molti altri bambini in paese e di sicuro nessuno così vicino a lui, così vicino da essere motore di ogni invenzione, specchio di ogni riflessione, parte di ogni avventura.
In comune le ginocchia spellate e una grande voglia di evadere: dalla situazione di ristrettezze economiche il primo, dalla necessità di apparire il secondo.
Così i due poli si attraggono sospinti da venti simili con opposte origini, prigionieri di qualcosa di diverso con fughe analoghe.
Fughe analoghe ma divergenti che li condurranno piano ad allontanarsi e a ritrovarsi dopo anni uno di fronte all’altro, su sponde opposte ma sempre in fuga, lo stesso motivo di fuga, venti simili con opposte origini.
Cap. 2
Via Tirabassi procedeva leggermente in salita verso il limitare della collina, era lastricata e tenuta con decoro, le piatte pietre del pavimento erano modellate con precisione e sulla parte destra, una cinquantina di metri prima di Villa Laconi, nasceva dal nulla uno stretto marciapiede in ottimo stato.
I Blog di Gian dei Brughi.
SERGIO SIRI
vive a Recco
sergiosiri@libero.it
Insegnante.
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